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| C'era una volta : La battaglia dell'Assietta - Seconda parte: lo scontro
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Autore: Beppe46
(Notizie dello stesso autore)
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Notizia inviata il: 02/10/11 08:34
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Notizia riferita al: 02/10/11
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La battaglia dell’Assietta - Seconda parte: lo scontro.
La notte tra il 18 ed il 19 luglio fu lunga e fredda. Alle 10 di mattina squilla l’allarme generale nel campo piemontese: le prime due colonne francesi arrivano in vista dei trinceramenti. Prima appaiono le avanguardie, poi si scorgono alcuni ufficiali a cavallo, quindi, tra il continuo rullare dei tamburi, seguono le truppe che giunte a c.ca 500 metri dai nemici, quindi fuori della portata di tiro dei fucili dell’epoca, si siedono a terra rimanendo in attesa. Occorre aspettare che la colonna di destra compia lo spostamento sul versante della val Chisone per poi puntare sulle difese del Gran Serin. Questo spostamento richiederà parecchie ore. Intanto una batteria di cannoni da montagna comincia ad aprire il fuoco sulla ridotta della Butta, provocando solo piccoli danni. Servirebbe ben altro, e i francesi ce l’hanno, ma non sono riusciti a portare i più grossi cannoni all’Assietta per l’impraticabilità delle strade e per l’imperdonabile fretta che anima il Bellisle che fermo a cavallo osserva continuamente il progredire dell’avanzata della colonna di destra per sapere quando sferrare simultaneamente i tre attacchi. Alle quattro e mezza del pomeriggio suppone che oramai questa sia giunta nei pressi del Gran Serin e pertanto comanda ai suoi generali di attaccare senza più esitazione i trinceramenti piemontesi sbaragliandone i difensori. Inizia l’attacco: al rullare dei tamburi, con un impeto fuori dal comune, i francesi marciano compatti in fila sulle posizioni avversarie. I difensori lasciano avvicinare gli avversari a breve distanza, poi aprono si di essi un violento fuoco di sbarramento. Il percorso che i francesi devono compiere non è molto lungo, c.ca 400 metri, ma devono affrontare un ripido pendio e la posizione scoperta non lascia loro grandi speranze. L’avanguardia non ha fatto nemmeno cento passi che è completamente falciata da una prima scarica. Va meglio sul fronte sinistro: lì i francesi riescono a sfondare le linee sabaude che indietreggiano sino all’alpe d’Arguel, dove i francesi trovano sul posto un battaglione di piemontesi che, asserragliati dietro dei ripari, li costringono ad indietreggiare. Intanto in cresta un secondo assalto viene respinto; però le urla di gioia francesi, provenienti dal fianco destro piemontese sfondato, ridestano forza e orgoglio negli assalitori che risalgono l’erto pendio portandosi con furore ai piedi dei trinceramenti. Giunti a tiro dei fucili anche queste truppe sono vittime del possente fuoco avversario. Andato a vuoto anche il terzo tentativo i francesi battono in ritirata ritornando sulle posizioni di partenza. Da questo lato, partiti con 7000 uomini, i francesi ne hanno lasciato sul campo più di 1700 tra morti e feriti. Anche alla Butta la lotta avvampa: i francesi, fruttando abilmente le pieghe sul terreno, si portano sin nei pressi della tenaglia dividendosi in due colonne; nel percorrere la breve distanza che li separa dai trinceramenti gli assalitori perdono un buon numero di soldati, però vanno arditamente avanti finché non riescono a portarsi ai piedi della ridotta. Qui, al riparo dal tiro, cercano con le mani di strappare i salciccioni, altri, muniti di picconi, si danno da fare per divellere pietre dai ripari allo scopo di aprire una breccia; altri, con una buona dose di coraggio, si arrampicano per la rocce dei muri contrastati dai piemontesi con la baionetta; quando questa non basta non esitano a colpirli con i calci dei fucili o con grosse pietre raccolte nei giorni precedenti. In posizione arretrata il Bellisle osserva irritato lo svolgimento della battaglia e l’ostinata resistenza piemontese alla Butta. Comanda, esorta e fa avanzare la retroguardia; ma anch’essa s’infrange sotto il fuoco dei piemontesi. I corpi dei caduti e dei feriti continuano ad accumularsi alla base dei muretti, le formazioni, duramente provate, si rompono; poco per volta gli attaccanti ondeggiano, si sbandano; poi iniziano a ripiegare. Allora il Bellisle, non potendo più frenarsi, scende da cavallo e corre a piedi sul luogo della lotta: qui incita i suoi all’assalto della ridotta; raccolta una bandiera, si getta innanzi verso l’erto pendio sin dove i suoi avevano aperto una piccola breccia e lì giunto riesce a piantare il vessillo. “Le voilà dans la terre du Roy” urla disperatamente. In quello stesso momento un fuciliere piemontese lo colpisce con un colpo di baionetta al braccio e subito dopo è raggiunto da una palla di fucile. Ciò nondimeno non si ritrae, ma continua ad urlare per animare i suoi, finché un secondo colpo di fucile, colpendolo in pieno petto, lo stende morto a terra. La morte eroica del Bellisle non mette però fine alla battaglia: eccitati dall’esempio del loro valoroso comandante ed ansiosi di vendicarne la morte, i francesi rinnovano un vigoroso assalto contro la Butta, ma anche questo s’infrange contro la tenace resistenza dei battaglioni piemontesi. La battaglia sembra segnata quando si odono l’eco delle fucilate provenienti dal Gran Serin. La colonna francese di destra, quella che doveva conquistare questa cima, attacca, ma anch’essa viene respinta. Il rumore dello scontro preoccupa il comandante piemontese, conte di Bricherasio, che, a ragion veduta, considera la conservazione di quell’altura di primaria importanza; se i francesi sfondassero al Gran Serin, in breve tempo tutte le altre posizioni di difesa verrebbero immediatamente aggirate, rovesciando l’esito della battaglia. Lascia pertanto il colle e accorre verso la ridotta minacciata con alcune truppe non ancora impegnate nei combattimenti, dando ordine al maggiore Alciati, di tenersi pronto a ritirarsi dall’altipiano dell’Assietta qualora i francesi dovessero minacciare seriamente la posizione determinante del Gran Serin. Giunto alla ridotta, il Bricherasio si rende conto che, anche con i rinforzi, non può raggiungere una certa sicurezza, ordina pertanto all’Alciati di lasciare l’Assietta e salire, con tutte le forze che dispone, al Gran Serin, cosa che l’ufficiale fa lasciando pero ad un subalterno il compito di continuare a difendere dal Butta con le Guardie che sino a quel momento si erano distinte brillantemente e che mai avrebbero lasciato la posizione non prima di aver respinto ancora una volta gli avversari. Verso le sette della sera, dopo tre ore di dura lotta, la situazione appare allo stremo per i difensori che a corto di polvere continuano a combattere più a colpi di pietre che di fucile. Nel frattempo al Gran Serin il terzo assalto dei francesi viene respinto con gravissime perdite per gli attaccanti. Mentre le truppe, duramente provate stanno ripiegando su posizioni più sicure, si riunisce il consiglio degli ufficiali francesi per decidere il da farsi. Sono quasi le otto della sera e la situazione appare critica per gli sconfitti: il sopraggiungere della notte toglie ogni speranza di effettuare nuovi tentativi contro i trinceramenti; pernottare sul posto, a quella quota e in quella fredda giornata, pare impossibile. Il de Villemur, ufficiale più anziano, ordina a questo punto la ritirata delle forze che gli sono rimaste. Mentre il grosso riprende il cammino verso il colle di Costapiana e Sauze d’Oulx, alcuni ufficiali rimangono in retroguardia fino alla mezzanotte raccogliendo i feriti che si reggono in piedi; poi anch’essi si ritirano. Il Bricherasio ordina ai suoi uomini di rimanere nei trinceramenti e di non inseguire il nemico; le forze francesi sono ancora assai cospicue; lasciare le posizioni per attaccarle in campo aperto potrebbe essere pericoloso; una mossa azzardata rovinerebbe la splendida vittoria. Inoltre in bassa valle sono tuttora accampati decine di battaglioni francesi freschi, che non sono saliti all’Assietta e che potrebbero essere impiegati nei giorni successivi magari con l’ausilio di quei pezzi d’artiglieria di maggior calibro che non hanno fatto in tempo a raggiungere la cresta. Alle luci dell’alba del 20 luglio la gravità dello scontro che si è appena concluso appare in tutta la sua immensità: sotto i parapetti sconvolti dalla furia nemica giacciono a centinaia i corpi dei soldati francesi periti nel corso degli assalti. Sparsi qua e là, i numerosi feriti, privati per tutta la gelida notte di qualsiasi tipo di assistenza, gemono e chiedono aiuto. Dinanzi a questo immane sacrificio di vite umane si rimane disorientati e allibiti. Le cifre da sole danno un’idea di quale sproporzione ci si stata tra le perdite degli attaccanti e quelle dei difensori. I francesi hanno lasciato sul campo di battaglia quasi 5000 uomini tra morti, feriti e prigionieri. Gli austro-piemontesi contano invece 219 uomini tra morti e feriti: le perdite maggiori sono state al Gran Serin e alla Butta.
Mentre inizia lentamente il doveroso lavoro di raccogliere e curare i feriti e dare sepoltura alle vittime, il generale francese de Villemur invia un valletto da camera del Bellisle e un tamburino al campo austro-piemontese con una lettera indirizzata al Bricherasio che dice: “ Il cavaliere di Bellisle è morto nell’affare che abbiamo avuto ieri contro le truppe di S.M. il re di Sardegna. Vi prego di aiutare la persona che vi ho inviato a riconoscere il corpo del suo signore e a permetterne il trasporto. Affido alla vostra comprensione i feriti che sono rimasti ad di sotto dei trinceramenti”. Il Bricherasio fa raccogliere il corpo del comandante nemico e lo affida ad una scorta d’onore che lo accompagna sino a Sauze d’Oulx. Poi arriva un’altra lettera dall’ospedale da campo allestito dai francesi presso le grange Seu; la retroguardia, ritirandosi nella notte, ha raccolto più di 600 feriti che ora sono abbandonati alla pietà dei vincitori. “ Il trasporto dei feriti non può essere fatto senza il rischio di farli perire per la gravità delle loro ferite: li raccomando pertanto alla vostra comprensione”. Il tenore delle due lettere rassicura il generale piemontese sull’effettiva possibilità che i nemici possano sferrare un altro attacco ai trinceramenti. Subita la dura sconfitta, non resta a loro che ritirarsi in Francia. Intanto la notizia della vittoria giunge a Torino: a tarda sera, terminata la battaglia, il Bricherasio invia un messaggero a valle per comunicare al re Carlo Emanuele il felice esito dello scontro. I francesi nel frattempo, dopo aver sostato un paio di giorni a fondovalle, si ritirano verso il Monginevro varcando la frontiera che solo pochi giorni prima avevano passato con l’animo aperto alle più belle speranze. LE RAGIONI DELLA SCONFITTA. Gloriosa fu l’Assietta per le armi piemontesi e tragica per quelle di Francia nonostante l’eroismo e il coraggio dimostrato dai suoi soldati e dal cavaliere di Bellisle che li comandava. La sua ambizione e il desiderio di primeggiare lo portarono a compiere una serie di gravi errori tattici che condizionarono in maniera determinante l’esito della giornata: pesò l’errata valutazione della consistenza delle opere di difesa; non aveva a disposizione informazioni precise su cosa si sarebbe trovato davanti. Confidava di avere precise informazioni dalla popolazione dell’alta valle della Dora che aveva ancora sentimenti filo francesi. Come detto sino al 1713 le alti valli Chisone e Dora avevano fatto parte del regno di Francia; i pochi anni di governo sabaudo non avevano ancora potuto sopire le nostalgie dei valligiani per il grande paese a cui avevano appartenuto, nostalgie di fatto mantenute vive e alimentate da una pressante propaganda filo francese attuata dai parroci dell’alta valle. Conoscendo bene questi sentimenti, lo stato maggiore sabaudo lasciò del tutto all’oscuro le popolazioni sui lavori che si facevano all’Assietta; ai pastori, alle milizie locali, ai mulattieri, vennero rigorosamente interdette le aree attorno all’altopiano; fu impedito alle popolazioni di lasciare i villaggi e in loco fu adoperata manodopera fidata. Pertanto al Bellisle arrivarono solo notizie contraddittorie e incerte. Per lui sarebbe stato meglio attendere qualche giorno per sferrare l’attacco una volta portati in vetta i cannoni di maggior calibro che avrebbero potuto demolire in poche ore le difese approntate alla Butta. Altra ragione della sconfitta risiede nella mancata presa, da parte dei francesi della ridotta del Gran Serin. Se cedeva quell’avamposto la battaglia andava persa, precludendo ai difensori della Butta e del colle la ritirata. Altro fatto che condizionò non poco l’esito ella battaglia fu l’inclemenza del tempo: nonostante fosse piena estate, pochi giorni prima era caduta la neve e la stessa giornata del 19 si rivelò particolarmente fredda. Ai pantani si aggiunse la temperatura rigida che costrinse i francesi battuti ad una rapida ritirata dalla cresta dell’Assietta. Determinanti furono i risultati di questo epico scontro: la guerra di successione austriaca ebbe finalmente una svolta tanto che, l’anno successivo, la pace di Aquisgrana aumentò il prestigio del regno di Sardegna inserendolo a pieno titolo tra le grandi potenze europee. Per le genti delle valli e per il popolo, la battaglia dell’Assietta divenne quasi un mito, una leggenda combattuta da eroi in condizioni avverse sulla montagna. Ancora oggi, a più di duecentocinquanta anni dall’evento, fantasie e leggende ne alimentano la memoria e ne mantengono vivo l’insegnamento. La domenica più prossima al 19 luglio al colle si commemora ancora la battaglia; alla Messa, detta in piemontese, segue la rievocazione storica dell’avvenimento che sicuramente ha rappresentato un grande momento di gloria per la storia del nostro Piemonte. Per chi volesse approfondire l’argomento consiglio l’interessante volumetto di Mauro Minola “La battaglia dell’Assietta”. Gribaudo Editore
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Commento |
| Beppe46 |
Inviato: 3/10/2011 15:03 Aggiornato: 3/10/2011 21:52 |
 Iscritto: 16/6/2010 Da: Torino Inviati: 13794 |
 Re: La battaglia dell'Assietta - Seconda parte: lo ... Caro Jacolus, concordando in tutto con te, mi sono limitato a raccontare quello che avvenne sulle nostre montagne il 19 luglio 1747. Nascere e raggiungere un anno di vita a quei tempi era già una bella impresa: solo un bambino su cinque ci riusciva. Poi, superare tutte le difficoltà che la vita ti metteva davanti, era pur sempre un bell'impegno; malattie, carestie e altro facevano il resto. Se poi aggiungiamo quest'altro aspetto, quello delle guerre che tu hai perfettamente delineato, c'è da rimanere allibiti; eppure allora le cose andavano così come oggi, in molte parti del mondo, continuano ad andare così. Che fare allora? Penso che molto dipenda da ciascuno di noi, da come vogliamo improntare la nostra vita e da quello che vogliamo lasciare agli altri, a quelli che in questo momento condividono con noi questo breve tratto di vita e a quelli che prenderanno il nostro posto quando noi non ci saremo più. Comprensione, ascolto, tolleranza, accoglienza, mitezza, bontà, mi sembrano i presupposti per imbastire, da oggi, il nostro rapporto con gli altri. Almeno io cerco di fare così e non sempre ci riesco. Comunque ti voglio anticipare che la prossima volta, su VARIE, racconterò storie vere di vita vissuta, ambientate nella nostra bellissima valle di Susa in tempi passati. Buone gite da Beppe 46.
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| Jacolus |
Inviato: 3/10/2011 10:23 Aggiornato: 3/10/2011 10:23 |
 Iscritto: 5/12/2008 Da: Piasco Inviati: 10819 |
 Re: La battaglia dell'Assietta - Seconda parte: lo ... Caro Beppe.a leggere questo tuo racconto storico,esso alimenta ulteriormente i miei “perché” mi domando sempre:perché questi figli del popolo appena giovanotti,cresciuti con tanto amore e sacrifici mettevano allo sbaraglio le loro giovani vite correndo contro altri giovani come loro,cui non conoscevano e tuttavia dovevano odiare e annientare? Perché si buttavano contro gli avversari marciando ipnotizzati dal rullo dei tamburi andando incontro a morte certa! Lasciando madri in lacrime e altro odio con desiderio di vendetta! Perché,da sempre,tutte le spese per le risorse belliche che servono per distruggere annientare non sono destinate invece a costruire ospedali,riempire i granai,costruire scuole per educare, istruire al fine di migliorare la qualità della vita della povera gente! Grazie Beppe per i tuoi bellissimi, ma ahimè,tristi racconti storici,che fanno pensare e riflettere… 
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