Salita al Gran Zebrù

Data 06/05/2013 | Categoria: Come eravamo

Posso raccontare come è andata nel lontano 1970 alle prime armi con delle escursioni abbastanza impegnative?
Era un sabato pomeriggio verso le cinque e, con mio cugino, stavamo lavorando a delle tubazioni di trasporto nafta nel suo deposito di carburanti, quando mi ha fatto la proposta di andare sul Gran Zebrù in alta Valfurva nel gruppo dell’Ortles- Cevedale .
Ritirati gli attrezzi e preso su zaini e scarponi, siamo partiti. Abbiamo trovato molto traffico a Lecco e in Valtellina e siamo arrivati a Santa Caterina verso le undici. Ci siamo incamminati al buio verso il rifugio Pizzini, che abbiamo raggiunto a mezzanotte passata. Qui si sono prodigati a darci una branda e delle coperte per una improbabile piccola dormita. Infatti, alle quattro e trenta, sveglia generale per la colazione e i preparativi. Non avevamo picozze, ramponi, ghette né corda. Il gestore, mosso da buon senso, ci ha prestato tutto, a parte la corda che abbiamo recuperato da una compagnia. Era un pezzo che una volta legata in vita ci lasciava si e no cinque metri di spazio. Siamo partiti e abbiamo affrontato il ghiacciaio nella totale incoscienza e, una volta raggiunta la vetta, non abbiamo trovato di meglio che bere a canna da una bottiglia di vino. Poi abbiamo iniziato la discesa e, per fare posto a della gente che saliva, siamo usciti dalla pista; io, che non avevo mai messo i ramponi, sono inciampato, cadendo e trascinando mio cugino. Siamo scivolati sulla neve per un centinaio di metri e sentivamo la gente che urlava di piantare il manico della picozza. Fortunatamente la pendenza non era elevata e siamo riusciti a fermarci. Siamo rimasti qualche minuto a riflettere sul rischio corso e, dopo le preghiere di rito, abbiamo proseguito la discesa, spaventati, a cinque metri per volta facendoci sicurezza l’un l’altro. E’ stata una lezione che non avremmo mai più dimenticato.

Ciao a tutti


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