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Come eravamo : Giro scialpinistico del Granpa, 4-8 maggio 1979
Autore: vecchiomio (Notizie dello stesso autore)
Notizia inviata il: 23/06/15 22:54
Notizia riferita al: 23/06/15
Letture: 1592
Come eravamo

5 maggio, secondo giorno del raid: ci siamo lasciati alle spalle il Gran Sertz ed ora siamo al colle Est del Gran Neyron. Si vede l'alta Valsavaranche, con il pendio ampio della Basei e più lontano, all'orizzonte, le cime della Val di Rhemes: la Tsanteleina al centro e la Grand Rousse a destra. Paolo, il più esperto in fatto di scialpinismo dice: "Le salite per oggi sono finite, meglio togliere le pelli perché non ci resta che un traverso in lieve discesa sui ghiacciai di Laveciau e del Gran Paradiso e poi dritti sull'agognato Vittorio Emanuele." "Se non ti conoscessi bene Paolo, direi che quegli occhiali bianchi da vamp povera della Costa Azzurra anni '60 sono un vezzo narcisistico. Invece so per certo che la tua è pura tirchieria! Hai scansato l'acquisto di un paio d'occhiali serio, con stanghette ricurve, lenti anti UV e correzione per la miopia, rovistando nei cassetti di tua cugina anziana, recuperando con piena soddisfazione quel cimelio da spiaggia e ombrellone. Comunque lo ammetto, male non ti stanno e un giorno potrebbero essere alla moda. Ripartiamo e già pregusto una birra fredda e una pennichella pomeridiana prima di cena.

6 maggio, Terzo giorno, colle del Gran Paradiso. "Ago, cos'hai messo in quello zaino? Un prosciutto? una cassa di nebiolo? Un'anguria? Caro mio, devi ancora imparare a fare lo zaino per più giorni! Guarda i nostri come sono piccoli: pesano "appena" 15 chili. Ti perdoniamo Ago, solo perché hai 21 anni e spalle robuste. In ogni caso il più giovane porta sempre la corda! Prendi qua Ago...cosa saranno mai due chili in più per uno come te?"

Arriviamo al Bivacco Ivrea che spicca nella sua giallitudine (o giallezza?) sulla neve. Ci sono già una guida francese con cinque clienti, staremo un po' stretti, ma non importa.

Dico:" Dai ragazzi, mettiamoci qui e facciamo una foto con l'autoscatto, così un giorno, magari fra trenta o quarant'anni, quando avremo la barba bianca e menischi consumati , la riguarderemo e la racconteremo a figli e nipoti. Magari prima di quel giorno avranno inventato un modo economico per far viaggiare le immagini sulle onde elettromagnetiche e le potremo vedere come adesso guardiamo la TV...e magari invece di "autoscatto" si userà un termine inglese , tipo... selfpic, oppure "selfie" ". Il motorino meccanico del temporizzatore della mia Exacta da 1 kg ronza per qualche secondo, poi si sente il click metallico dell'otturatore che scatta. Nella luce abbacinante e nell'aria sottile che stimolava visioni e presagi abbiamo indovinato molte cose del nostro futuro. Quello che però non potevamo immaginare era che saremmo invecchiati senza pensione e che i nostri figli (i nipoti resta da vedere) se ne sarebbero bellamente fregati della nostra impresa al Granpa e non avrebbero degnato questa foto, né altre, d'uno sguardo men che fugace. Così mi riguardo da solo quelle nostre tre facce di ventenni sorridenti di un tempo remoto, con dietro i Becchi e il colle della Tribolazione imbiancati dalla neve che resiste ancora sulle cengie. L'indomani saliremo al colle della Losa, più a sinistra e non visibile, per immetterci poi nel vallone di Piantionetto e risalire al Colle di Teleccio, l'ultimo del giro.

7 maggio, quarto giorno. Al mattino Paolo e la guida (si chiama Saxo, già solo il nome ci mette in soggezione) si consultano da pari. La guida non è mai stata qui e non pare molto sicura di dove si debba andare, così tracciamo noi per una mezz'ora buona, poi nel canale, levati gli sci, passano i francesi.

7 maggio, quarto giorno. Le discese di pendii ripide sono ancora appannaggio di pochi fuoriclasse, quindi scendiamo dal colle della Losa alla moda antica: a piedi, sci a spalle. In basso, come un mare calmo di neve, l'altipiano delle Agnelere, nell'alto vallone del Piantonetto.

La discesa dal colle di Teleccio a Lillaz lungo la Valeille ci ripaga della faticosa salita. Non siamo mai stati in questo vallone selvaggio, chiuso a Sud da pareti imponenti e aperto in basso sul verde chiaro e luminoso dei prati di Cogne. L'abbiamo solo immaginato, questo luogo, nei giorni di preparazione del raid, osservando carte e qualche foto, ma come spesso capita in montagna, la bellezza del reale supera la bellezza immaginata.

Il raid del Granpa finisce qui, a Lillaz, da dove siamo partiti, quattro giorni fa. Il tempo è volato, ma ci ha lasciato immagini e impressioni che resteranno come pietre preziose negli anni a venire. Immergo i piedi nel ruscello alimentato dalle acque del ghiacciaio di Valeille per il pediluvio del secolo, poi al primo bar prosciugo due birre e mi lascio avvolgere dal leggero ottundimeno dell'alcol e dal piacere del liquido freddo e aromatico che placa l'arsura. Per Agostino è tempo di rientrare a casa dove lo attendono integrali ed equazioni di settimo grado, al Politecnico non si scherza! Paolo ed io invece ci concediamo un giorno extra, quello che ci eravamo presi in più per ogni evenienza: pernotteremo qui a Lillaz e domani, meteo permettendo, aggiungeremo la cima di Leppe al nostro carnet.

Quinto ed ultimo giorno. Apro le imposte della stanza dell'alberghetto: "Anche oggi è tutto sereno, siamo proprio baciati dalla fortuna... in mancanza di ragazze, ci accontentiamo della dea bendata. Ci tocca andare!" . In auto scendiamo a Cogne e poi raggiungiamo Gimillan, all'imbocco del vallone di Grauson, lungo e incassato. Lo risaliamo per più di un'ora sul fianco sinistro orografico con un mezzacosta faticoso, tutto su lamine e rampant, facendo attenzione a non scivolare fin laggiù in fondo, duecento metri più in basso, dove scorre il torrente tra balze rocciose e chiazze di neve . All'Alpe Grauson l'orografia cambia di colpo e la valle si apre come un ventaglio. La Tersiva è lontana, un miraggio, la depenniamo, non vogliamo strafare. Dossi e vallette amene ci portano sull'ampia cima a panettone della Punta di Leppe, al cospetto dell'imponente Tersiva che ci chiude alla vista un piccolo arco d'orizzonte. Mamme, fidanzate e datori di lavoro possono attendere, anche se non capiranno. Bevo, mangio qualche residuato alimentare rinsecchito e scatto una foto a Paolo seduto nella neve che guarda lontano e tace. Penso che in questo mondo minerale siamo solo ospiti maldestri. Penso che qualcuno, lo stesso tizio folle che ha creato quest'armonia di pietre , aria, neve e chiaroscuri, ci ha mandati qui a contemplare la sua opera migliore perché aquile e camosci non capivano la perfezione. E perché imparassimo il senso del limite, le dimensioni della bellezza, il rispetto del mondo, la forza del desiderio, l'arte della rinuncia. Penso che in fondo sono contento che non ci siano spiegazioni plausibili all'esistenza delle montagne, né una ragione convincente al nostro pervicace voler essere qui. Anch'io, seduto sullo zaino, taccio, perché non c'è niente da dire. Mi pare di ricordare, anche se non ne sono certo -sono passati troppi anni! - che dopo questi pensieri metafisici e dopo cinque giorni di frutta secca e cioccolato, ho scorreggiato. Era martedì mattina dell' 8 maggio 1979 e tutto andava bene.

(PS: queste note erano state originariamente scritte come didascalie/racconto abbinate alle foto che con qualche difficoltà, e neppure in ordine, ho cercato di caricare qui sotto)

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