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C'era una volta : Beth
Autore: vecchiomio (Notizie dello stesso autore)
Notizia inviata il: 26/06/13 11:37
Notizia riferita al: 26/06/13
Letture: 1649
C'era una volta

Quest’uomo aveva ventidue anni. Allora non si era mai ragazzi, si passava direttamente dall’infanzia all’età adulta. Come per la maggior parte della gente nata alla fine dell’ottocento, la sua vita non era facile né interessante. Si alzava all’alba e fino al tramonto doveva lavorare, tutti i giorni, con una breve pausa all’ora di pranzo, ma era la vita comune a tutti, o quasi, e questo la rendeva più accettabile e i giorni di festa bastavano a farla sembrare quasi bella. La sua faccia seria su una foto d’epoca sbiadita, compare accanto a quella di altri 20 uomini vestiti con giacche logore e strani berretti e con una lampada di acetilene in mano. E’ l’unica che i suoi genitori abbiano avuto come ricordo, ed è la stessa, ritagliata, che hanno messo sulla lapide. Se fosse vissuto qualche anno di più avrebbe avuto un’altra foto: quella del matrimonio. Forse anche quella da soldato, perché gli sarebbe toccato partire per la guerra del ‘15-‘18 e se fosse ritornato dal fronte, cosa alquanto improbabile, avrebbe avuto anche lui qualcosa da raccontare agli amici, ai figli e ai nipoti nelle sere d’inverno davanti alla stufa o nella stalla. Non avrebbe comunque scritto le sue memorie, perché nessuno, a parte il notaio, pochi giornalisti e ancor più rari scrittori, aveva qualche motivo di scrivere. La gente comune usava la penna solo per mettere la firma su qualche contratto o al massimo per comporre quelle due o tre lettere l’anno da spedire ai parenti in Francia o in Argentina …d’altro canto erano tutti semianalfabeti. E poi, il paese in cui nascevi coincideva con il mondo, e chi ci viveva sapeva quello che c’era da sapere su di te, senza che glielo dovessi mettere per iscritto, compresa la ragazza che sarebbe diventata la tua fidanzata e poi tua moglie. Raramente succedevano fatti degni di essere raccontati fuori dal paese o fuori dalla valle, così come non era indispensabile conoscere gli avvenimenti che accadevano in luoghi lontani. Dagli emigranti stagionali in Provenza, che partivano a metà settembre e tornavano in aprile, si veniva a sapere di villaggi e città dove si parlava lo stesso patois, dove la terra era meno impervia e il clima intiepidito dal mare e pieno di fragranze forti, come il profumo dei rametti di lavanda portati al ritorno dai pendolari della fame.
Quest’uomo è il quarto in alto da sinistra nella foto davanti all’imbocco della miniera del Beth, in alta Val Troncea, e questa è la cronaca di un giorno qualsiasi della sua vita. Il caso ha voluto che fosse anche l’ultimo.

L’odore di minestrone- forse patate e fagioli- entra dalla porta della cucina e si spande nello stanzone della taverna di Troncea. Quando Elvira, la cuoca, e sua figlia Irene portano in tavola il grande paiolo fumante, il vapore riempie il locale di odori d’erbe aromatiche, di verdure d’orto, di soffritto e di altre leccornie e l’umido appanna i vetri mescolandosi al fiato di cinquanta operai. Sono montanari e contadini prestati alla miniera di calcopirite, il minerale da cui si ricava l’oro rosso, il rame. Solo il 3% , il resto è quasi tutto zolfo, che interessa meno. Allora si fonde il minerale ai Forni di San Martino, a 2400 metri, per ridurre il peso da trasportare dal colle del Beth fino ai 1800 di Troncea e quel che rimane delle scorie si cuoce e si separa più in basso, alla Fonderia, dove si può raggiungere una temperatura di 1200 gradi. Nel pomeriggio i minatori saliranno al colle per dare il cambio a quelli che sono su da 2 settimane. Lassù un minestrone denso e appetitoso come quello fatto dalla Elvira, se lo sogneranno tutte le sere, uscendo all’imbrunire dalle gallerie. E’ quasi Pasqua. Fuori piove incessantemente da 2 giorni, ma sopra i 2000 metri è tutto bianco. Oltre alla fatica della salita bisognerà mettere in conto anche lo sforzo di battere la pista nella neve marcia, facendo attenzione a non scivolare sul fondo fradicio e a non riempirsi gli scarponi di neve che poi non asciugano per due giorni…sempre che smetta di venir giù neve, perché in tal caso si arriverà comunque zuppi dalla testa ai piedi. Ernesto pensa a come sarebbe stato meglio venire al mondo in un paese di mare, che anche lì probabilmente i pescatori passano le loro, ma almeno non tribolano ad asciugarsi se si bagnano e poi li porta la barca e anche se devono camminare, la spiaggia è piatta. Piove sempre, se non smette lo strato di neve pesante depositata sui pascoli può diventare rischioso. Ernesto ha passato i primi 16 anni su e giù per sentieri e praterie, dietro vacche e pecore e gli ultimi sei dentro le viscere delle stesse montagne nelle miniere. Prima in quella di talco della Val Germanasca, poi in questa di rame della Val Chisone. Il minestrone con il pane secco ammorbidito dentro finisce in fretta, e un bicchiere di vino rosso chiude il pranzo.
Alle due del pomeriggio il cielo è sempre plumbeo ma ha smesso di piovere, e l’umidità sale dalla terra che si è un po’ riscaldata. Se si arriva su prima di sera è meglio, così si può scegliere la brandina più vicina alla stufa. Ernesto ha un buon passo, non ha voglia di aspettare i più vecchi, così li saluta per avviarsi subito. Prima però saluta Irene, baciandola sulla guancia. Con lei ha fatto qualche discorso parlando del più e del meno le volte che gli è capitato di incontrarla fuori dalla chiesa e lì alla taverna. Quest’estate le chiederà di uscire e se lei vorrà si sposeranno, un giorno d'estate. Così potrà sentire sempre, di giorno e di notte, il suo profumo di fresco e di lavanda che lei mette nei vestiti, i fiori di lavanda che suo zio le porta ogni anno dalla Arles. Lui potrà finalmente smetterla di stare chinato nelle gallerie, sperando che la dinamite non faccia crollare le travature di sostegno, nella polvere e nel fango, a respirare la puzza di zolfo e acetilene. Potrà lavorare con la famiglia di lei alla locanda, occuparsi dei lavori pesanti, andare a comprare il vino nelle Langhe e le acciughe nell’entroterra ligure o in un borgo sulla costa. La sera potrà gironzolare per la cucina, immerso negli odori di buono dei cibi cucinati da Elvira, al caldo accogliente della locanda. Sua madre sarà contenta, la smetterà di dire che stare sottoterra non è una vita da cristiani e che per quello c’è tempo dopo che si è morti. Ernesto saluta anche i suoi compagni e si avvia di buon passo. L’erba è lucida di gocce che scivolano lungo gli steli, niente poesia in questo, solo fastidio. Le pietre lungo il sentiero consumate da generazioni di passi sono scivolose, ma lui è abituato e non fatica quasi. Più in su la musica cambia e ai Forni di San Martino la neve è già mezzo metro. Da sotto sembrava poca, ma invece camminarci sopra è impossibile. Per fortuna ha portato le ciaspole, e infatti con quelle le cose migliorano, si riesce a procedere quasi bene. Quando arriva in vista della miniera ricomincia a nevicare. Deve affrettarsi. Ancora un’ora di fatica ed è al riparo nella baracca. Sono quasi le sei di sera e i minatori stanno uscendo dalle gallerie. Ernesto ha due fratelli più vecchi, domani mattina dovrebbero scendere insieme agli altri, sostituiti da quelli che stanno salendo da Troncea. Li vede e li saluta. Si toglie di dosso gli abiti fradici di sudore e di neve, si cambia e si mette al tavolo con loro. Guardano fuori la neve che cade sempre più fitta, come fosse pieno inverno, ce n’è già settanta centimetri. I centocinque uomini suddivisi in quattro baracche dormitorio mangiano i pochi viveri che restano e poi vanno a dormire stanchi come ogni sera. Al mattino è tutto bianco, anche gli spuntoni di roccia sotto il colle non si vedono più, ne è venuta più di un metro, umida e compatta. I capisquadra convocano un consiglio straordinario nella baracca refettorio. Devono decidere se aspettare che smetta di nevicare o se partire subito. Il rischio di valanghe è evidente a tutti, ma d’altra parte le scorte di cibo sono finite e non è detto che la nevicata cessi. E poi comunque il pericolo permarrebbe per almeno altri due o tre giorni. La maggioranza è per scendere, ma chi preferisce restare può farlo. Inghiottono in fretta un caffè annacquato e l’ultimo tozzo di pane di segala e muovono i primi passi. Per ridurre i rischi si dividono in tre squadre di trenta circa, un po’ distanziate tra loro. Anche Ernesto e i suoi due fratelli hanno deciso di scendere. La traccia di Ernesto del giorno prima non si vede più. Il silenzio è totale. I primi che battono pista sprofondano fino al ginocchio e per fare 10 passi ci vogliono diversi minuti. Si danno il cambio spesso, ma comunque la colonna dei quasi cento uomini è lenta. I fulmini rigano il cielo verso Ovest, per ora sembrano lontani e si sentono i primi tuoni. Un lampo più vivido e poi subito un tuono fortissimo squarciano l’aria. La vibrazione sonora si propaga nella valle e si trasmette al manto di neve instabile. Cento metri sotto la cima del Ghinivert, a monte del colle del Beth, si forma una crepa nello strato uniforme di neve e al di sotto della linea di frattura la massa inizia a scivolare verso il basso, proprio in direzione dell’ultimo gruppo che sta uscendo dalla baracca. Non è veloce come le valanghe di neve polverosa invernale, ma avanza aumentando di volume a mano a mano che scende. Qualcuno prova a spostarsi verso destra, ma uscire dalla traccia battuta è quasi impossibile. Ormai è chiaro che gli ultimi saranno travolti. La massa nevosa avanza verso la colonna facendo un rumore sordo, come di ruggito protratto. Il rumore e le vibrazioni fanno partire anche il pendio innevato dall’altro versante del colle, dalla punta del Beth, sulla traiettoria del gruppo più avanzato, quello di Ernesto e dei suoi fratelli. Tutto sembra assurdo, un brutto sogno da cui bisogna svegliarsi al più presto. Si sente qualche grido, ma il rumore delle due valanghe incrociate ormai sovrasta ogni altro suono, l’aria sembra vibrare e anche la terra. La massa scende come cemento liquido, quello che i montanari usano raramente perché sanno fare le case con i muri a secco e poca malta. Ernesto si sente spingere alle ginocchia, pensa che non potrà più tagliare il cumulo di legna che aspettava nell’aia da due mesi, toccherà al vecchio padre arrangiarsi. I pensieri gli arrivano in fretta, sospinti subito via da altri, tutti chiari come mai lo erano stati prima, perché le questioni lasciate in sospeso ora sono senza ombre, ci sono solo immagini e situazioni nette e così facili. Pensa che non riuscirà a dire a Irene il discorso che s’era preparato e che non sentirà più, neanche per una notte, neanche per un minuto, il suo profumo di fresco e di lavanda…pensa che stasera non gusterà il minestrone di Elvira, con quel basilico che lei sa far seccare senza che perda il profumo di quand’è appena colto, quel minestrone che ha sognato nella notte e che sta già di nuovo sognando, mescolato al profumo di lavanda delle mani di Irene, così vicine, così calde...
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Il 19 aprile 1904 due valanghe staccatesi nei pressi del colle del Beth, in alta Val Chisone, seppellirono 81 minatori all’imbocco principale della miniera, a 2700 metri, mentre scendevano a valle. Una ventina si salvarono fortunosamente sotto un assito della baracca che li ospitava. I più giovani avevano 16 anni e pochi superavano i trenta. Sui giornali la notizia ebbe una grande risonanza. Le miniere di rame furono attive dal 1739 al 1914, poi le difficoltà di accesso e di lavorazione resero probabilmente poco remunerativa l’estrazione. Un cippo presso il cimitero della frazione Laval di Pragelato ricorda quei morti.


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Tratto dal volume :
Giampiero Assandri. "Saldi di fine secolo". ed. L'autore libri Firenze. 2011.
In vendita on line:
http://www.amazon.it/Saldi-fine-secolo-Giampiero-Assandri/dp/8851723125

http://www.libreriauniversitaria.it/saldi-fine-secolo-assandri-giampiero/libro/9788851723125
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PS Nota del 14.12.2013
Mi ero chiesto, quando scrissi il racconto, quale fosse la grafia corretta di Beth, se con l'h o senza, e quale fosse il significato di questo toponimo: ho appreso qualche giorno fa, leggendo un articolo di Arturo Genre (da "Quaderni della Valle di Stura, n. 4, Demont 12/1986"), noto professore di linguistica a Torino, fondatore del Laboratorio di fonetica sperimentale e coordinatore dell'Atlante di toponomastica montana, nonchè massimo esperto della lingua provenzale) che "lait bèt" è il latte scremato o anche il colostro, ossia il primo latte dopo il parto. La grafia corretta sarebbe dunque Bèt.


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Autore Commento
Beppe46
Inviato: 27/6/2013 0:58  Aggiornato: 27/6/2013 0:58
Iscritto: 16/6/2010
Da: Torino
Inviati: 12417
 Re: Beth
Bisogna essere stati lì, passare dai Forni, dall'Angolo e salire all'imbocco delle gallerie, sia dalla parte della val Troncea e dalla parte di Massello, per capire a fondo questa immane tragedia.
Altrettanto interessante il volume "Pragelato. Il Beth e le sue miniere ad un secolo dalla grande valanga": Alzani Editore
Ancora una piccolezza. Tutti i libri dicono che un motivo che spinse i minatori a scendere, che anche tu accenni, era quello di passare a casa la Pasqua. Peccato che Pasqua nel 1904 fu domenica 3 aprile. Cordiali saluti e complimenti per la narrazione.

Autore Commento
vecchiomio
Inviato: 28/6/2013 14:32  Aggiornato: 28/6/2013 14:32
Guru
Iscritto: 30/10/2011
Da: Rosta (TO)
Inviati: 164
 Re: Beth
Grazie Beppe per la visita e per il commento, fa sempre piacere un riscontro. A noi che andiamo in montagna per passione e per piacere, ci succede spesso di riflettere su coloro che in passato l'hanno vissuta per nascita, con tutto il peso di un lavoro faticoso al limite della sopravvivenza e della resistenza: un'esperienza che ci è dato solo di immaginare. Ho cercato di rimanere fedele al resoconto reale dei fatti (scrivere è anche un modo per conoscere meglio la Storia, ad es. in questo caso ho capito come si ricavava il rame dalla calcopirite), come mi dimostra anche la tua versione , che ho letto ora, cercando di inserire quei fatti in un discorso narrativo che potesse suscitare l'interesse di qualsiasi lettore.Buona scrittura e buone gite, Giampiero
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