Il vecchio guerriero arranca nella neve ripida, è quasi arrivato dove l'orizzonte si allarga e la fatica diventa discesa... lassù, tra quelle montagne che conosce bene. Cosa ci farebbe, altrimenti, in quel giorno d'estate a 3.200 metri di altezza, dove la neve nasconde le rocce anche in pieno agosto? O forse, 5.000 anni fa, quel passo era libero dai ghiacci come sostengono alcuni studiosi? Eppure Otzi si è conservato solo grazie alla neve che l'ha nascosto e protetto dall'assalto dei predatori e degli insetti, mummificandolo. Cosa sia successo con certezza non lo sapremo mai. L'attacco di un nemico, un agguato per impadronirsi delle greggi, la fuga da una battaglia, sono soltanto alcune delle ipotesi sulla morte di Otzi lassù al Tisenjoch nella meravigliosa cornice delle Alpi Retiche.
Così decido di andare a vederlo, lui ed i luoghi dove morì, questo straordinario progenitore di tutti noi che è ormai divenuto, sin dal suo ritrovamento e dall'attribuzione dell'età, una vera star mediatica. Da Vernago (1.711 mt) proseguiamo verso il Maso Tisa (1.814 mt) all’entrata dell’omonima valle. Seguiamo il corso dello scrosciante fiumiciattolo montano, dopo breve giungiamo accanto ad un’icona di S. Martino, il santo protettore delle mandrie, e a due costruzioni in pietra, probabilmente abitazioni di pastori: la prima viene chiamata “Labrinth” perché è costituita da una struttura a spirale con al centro una piccola stanza. Nella vicina conca sono state trovate delle pietre focaie. La nostra strada prosegue su una ripida e ghiaiosa scalinatura scolpita nella roccia, con la quale giungiamo al Rifugio Similaun al Giogo Basso (3.019 mt). Splendida visuale verso il Similaun (3.597 mt) e i suoi ghiacciai che purtroppo ci hanno respinto a causa del maltempo. Dopo una breve sosta ed una piccola merenda percorriamo per circa un’ora il roccioso crinale su un sentiero messo in sicurezza con corde, per arrivare al Giogo di Tisa con le sue alti piramidi di pietra (3.210 mt), il luogo di ritrovamento di Otzi. Osservando l’ambiente in cui mi trovo e ricordando il volto di Ozti conservato al museo archeologico di Bolzano, vengo rapito da un'emozione profonda, non posso evitare di pensare che la nostra storia su questa terra ci congiunge a lui e che Otzi - rattrappito e con il braccio sinistro slanciato verso destra - è più vecchio della simmetria che ci separa dall'anno zero; quando Cheope, il faraone dell'antico Egitto, fece edificare la celebre piramide che porta il suo nome, Otzi riposava sotto i ghiacci eterni del Similaun già da seicento anni. Questo determina una percezione distorta del nostro tempo e della nostra quotidianità che per noi è tutto, ma se rapportata allo spazio temporale che ci separa da Otzi non è che un frammento di infinitesimale grandezza.
Un uomo preistorico in "azione" così perfettamente conservato, con tutto il suo equipaggiamento che ci lascia intuire la sua vita e il suo rapporto con l'ambiente naturale non era mai stato trovato né visto da nessun archeologo; le nostre esperienze archeologiche con la preistoria, sino al settembre del 1991, erano limitate alle necropoli e ai resti delle ossa sepolte. E tuttavia, per quanto stridente possa apparire il contrasto tra l'uomo dei ghiacci, il suo abbigliamento e la sua vita, con la metropoli e la nostra cultura postindustriale e postmoderna, c'è una sorta di sovrapposizione tra noi e la mummia del Similaun, che altri non è che "l'uomo della pietra e della fionda". Otzi - ce lo hanno dimostrato le ricerche scientifiche - era tutt'uno con la natura e il suo ambiente alpino nel quale era completamente immerso ed era davvero indifferenziato poiché da esso, e solo da esso, ricavava le risorse per vivere, per alimentarsi, per vestirsi, per costruire la sua capanna nel suo villaggio.
Allo stesso modo noi, uomini artificiali siamo indifferenziati dalla tecnologia che scandisce e domina la nostra vita di ogni giorno, siamo tutt'uno con il telefonino, con il computer e con la rete, con i nostri alimenti e con il nostro abbigliamento, nel tentativo di raggiungere, attraverso la lotta con gli episodi che caratterizzano la nostra esistenza quotidiana, un'armonia superiore, anzitutto con noi stessi. Proprio come Otzi che - simmetria degli antipodi - è il nostro specchio, nel quale ci riverberiamo e, quindi, ci identifichiamo perché ci racconta da dove veniamo e anche chi siamo.
Paolo Manenti
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