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C'era una volta : I pelassiers di Elva in val Maira.
Autore: Beppe46 (Notizie dello stesso autore)
Notizia inviata il: 19/12/11 17:32
Notizia riferita al: 19/12/11
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C'era una volta

I pelassiers di Elva in val Maira.

Vivere in montagna, adesso come una volta, non è mai stata una cosa semplice; all’inevitabile isolamento invernale spesso si aggiungevano altre difficoltà legate all’andamento stagionale e altri inconvenienti come valanghe, incendi, siccità, epidemie che mettevano a dura prova la vita stessa delle persone che per forza dovevano trovare qualcosa in più che permettesse loro di sopravvivere.
Da qui il nascere e il moltiplicarsi di altri mestieri che la montagna stessa e anche il piano potevano offrire soprattutto se praticati tra l’autunno e la primavera in coincidenza con l’invernale sonno dei monti. Lavori stagionali capaci di crescere sino a quasi soppiantare la dedizione alla terra e al bestiame e diventare una vera e propria professione permanente. Senza però tradire la montagna.
E così, ai lavori stagionali in pianura, se ne aggiungevano altri molto legati alle tradizione delle singole valli.
In val Germanasca c’erano e ci sono tutt’oggi i minatori che estraggono il talco; in val Pellice abbondano le cave di pietra. La stagione negli alberghi, in valle Susa e Chisone, assorbe molte persone, specie in inverno, senza contare gli impianti di risalita.
In Val Maira, nel vallone di Elva, si sviluppò in passato una strana e singolare occupazione: il mestiere del caviè (pelassier in provenzale) ossia il raccoglitore di capelli che poi venivano utilizzati per confezionare parrucche.
Il comune di Elva è situato in alta valle Maira e comprende una ventina di borgate poste in quello che fu un ampio anfiteatro glaciale ora ricoperto di boschi e pascoli. I colli di Sampeyre e della Bicocca lo mettono in comunicazione a nord con la valle Varaita, mentre a sud l’anfiteatro si chiude su uno strettissimo vallone, un vero e proprio orrido, detto ”Comba” che convoglia le acque nel sottostante torrente Maira. Secondo la tradizione quattro uomini, legionari romani o briganti in fuga alla ricerca di un rifugio inaccessibile, sarebbero i mitici fondatori.
Elva ha il suo capoluogo nella borgata Serre, 1637 metri di quota, posta al centro dell’ampia conca.
Ai 1300 abitanti dei primi anni del 900, si è passati ai meno di 100 di oggi. L’isolamento geografico e la difficile economia di alta montagna non impedirono a Elva di eccellere anche in campo artistico come testimoniano l’armonia dell’architettura spontanea delle sue borgate e le opere d’arte di cui la parrocchiale è depositaria. Tra tutte emergono gli affreschi di un pittore per secoli sconosciuto, detto il “Maestro d’Elva”, ora identificato nel fiammingo Hans Clemer che ha decorato la chiesa con immagini che raccontano la vita della Vergine Maria, con scene della Crocefissione e altro.
Da sempre fondata sulle attività agro-pastorali, l’economia di Elva ad un certo punto non riuscì più a soddisfare le esigenze della popolazione residente confinata in alta quota; a superare il divario tra le risorse disponibili e la densità demografica. Unico rimedio l’emigrazione, largamente praticata dall’autunno alla tarda primavera, quando il risveglio della natura richiamava il montanaro ai lavori agricoli. Partiva l’uomo adulto e spesso si portava dietro un figlio, già grandicello; due bocche in meno da sfamare al magro desco familiare durante il lungo inverno. Destinazione: Piemonte o Lombardia, soprattutto la vicina Francia. Per quali lavori? Privilegiati erano coloro che un mestiere ce l’avevano: arrotini, bottai, cardatori e altri mestieri. Anche i bambini venivano affittati, soprattutto per accudire gli animali al pascolo. Oppure il commercio; significativo quello dei venditori d’acciughe (ancivè). E con esso il caso, tutto elvese, non meno singolare, dei caviè o pelassiers: i raccoglitori e venditori di capelli. Le origini di tale mestiere restano vaghe. Si parla di un soldato, di origini elvesi, che apprese il mestiere sulla fine del 700 a Venezia; altra versione, più plausibile, racconta la storia di un cameriere che a Parigi, nella seconda metà dell’800, intuì la possibilità della cosa dopo un incontro con acquirenti americani fabbricanti di parrucche. Ancora: si sostiene che, almeno inizialmente, ci fosse un altro mestiere: quello di ambulante venditore di stoffe. Sarebbe questa l’attività originaria. L’ambulante, fiutata l’esistenza di un mercato dei capelli, avrebbe a poco a poco abbinato le due operazioni, con una mano vendendo le stoffe e con l’altra acquistando i capelli che avrebbe poi rivenduto ai grossisti. Fino a quando la seconda si dimostrò più redditizia della prima confinando le stoffe solo più ad articolo di baratto. Comunque, una volta nato, il mestiere di caviè si affermò e durò sino a poco dopo l’ultimo conflitto mondiale.
Il mestiere comportava un lungo girovagare, dai mesi di ottobre a maggio, per paesi e per campagne. Scopo: convincere le donne a privarsi della chioma in cambio di un taglio di stoffa. Il materiale raccolto era poi ceduto a grossisti per essere destinato alla fabbricazione delle parrucche. Fondamentale, per l’esercizio della professione, era la capacità di persuasione che si manifestava nell’abbigliamento curato e nello charme in qualche modo da seduttore. Ne era vittima la titolare della capigliatura, magari suggestionata dall’annuncio che la moda voleva i capelli corti, ma più spesso spinta al sacrificio dalla sua povertà e dal desiderio di un nuovo grembiule e di un fazzoletto da mettere in testa in attesa della ricrescita dei capelli. Il raggio d’azione era estesissimo; nord Italia, in primo luogo, ma pure le Marche vennero frequentate. Soprattutto il Veneto dove la qualità del capello andava a braccetto con la povertà della gente. Si andava anche all’estero: Francia, Spagna, persino la Scandinavia. I lunghi tratti di viaggio era percorsi in treno e poi, a piedi, si setacciava il territorio, palmo a palmo. Sacchi di iuta servivano a raccogliere i capelli, mentre un altro sacco conteneva i tagli in stoffa da offrire in contropartita. Poi il materiale veniva concentrato in punti di raccolta. Durante la stagione un caviè metteva insieme, mediamente, dai 50 agli 80 chilogrammi di capelli. Alcuni vendevano subito la merce, altri la portavano sino a Saluzzo dove la merce era valutata in relazione alla finezza, ondulazione, colore e lunghezza. Unità di misura il peso, salvo i casi di trecce di particolare lunghezza che facevano caso a sé spuntando prezzi molto elevati.
Anche i “capelli del pettine” avevano il loro valore e non venivano scartati; anzi necessitavano di una lavorazione lunga e laboriosa, per pulizia e selezione del colore e della lunghezza sino a che si facevano delle mazze dove i capelli venivano allineati tutti da una stessa parte. Così facendo ne derivò una nuova attività, di tipo artigianale. Tutto Elva divenne un vero e proprio laboratorio coinvolgendo pure coloro che restavano al paese, le donne soprattutto. Secondo una stima, negli anni venti e trenta del 900, su poco più di 1000 abitanti, almeno 500 erano occupati nella lavorazione del capello. Crebbe il reddito e molti, per comodità, lasciarono il paese. Abbandonata l’agricoltura trasferirono il loro laboratorio a Dronero o a Saluzzo. Qualcuno, addirittura, arrivò ai vertici del processo produttivo diventando persino fabbricante di parrucche.
Il mestiere di pelassier si è estinto dopo l’ultimo conflitto, ma il ricordo resta vivo ancor oggi, anche se la memoria si fa labile. A questo proposito i due volumi di Nuto Revelli, “Il mondo dei vinti” e “L’anello forte” raccontano testualmente la testimonianza di tanti montanari delle valli sud-occidentali del Piemonte da lui raccolte personalmente. Sono quadri di vita vissuta; nascite, morti, lavoro, natura, guerra, alimentazione, scuola, clima, feste, strade, matrimoni…. Tutto vi figura, senza finzioni. Ogni momento dell’esistenza umana vi compare. E quando il protagonista è un uomo o una donna di Elva, il tema “caviè” viene fuori con grande frequenza con una immediatezza che ancora stupisce dato che, il più delle volte, si tratta di memorie di molti anni prima.
Le testimonianze.
Daniele Mattalia (1897-1973) contadino.
“Io avevo 14 anni quando sono andato per la prima volta nel Veneto, a Udine con un mio cugino e un altro. Eravamo soci. Nel Veneto c’era una miseria ancora più grossa che nelle nostre valli. Là il pane non sapevano cosa fosse. Io le provincie del Veneto le ho passate tutte. Compravamo solo trecce. Partivamo verso la fine di settembre e tornavamo a Elva ai primi di giugno. Se mi faceva pena tagliare i capelli alle belle ragazze? Oh, solo arrivarci…il nostro problema era lasciare sulla testa delle ragazze solo una coroncina di capelli. Le ragazze di 10, 12 anni piangevano, ma le madri avevano bisogno di soldi. Quante trecce ho tagliato a Udine! Pagavamo 5 o 10 lire per treccia, ma le lire valevano di più dei biglietti da mille di adesso. Andavamo da un paese all’altro camminando. Sotto i 50 centimetri di lunghezza non tagliavamo, a meno che non fossero capelli speciali: il vero bianco, o il vero nero o biondo. Ma il capello più pregiato era quello bianco cenere e i capelli li pagavamo prima di tagliarli. Una volta ho tagliato una treccia lunga un metro e venti. Entravamo nei cortili dove c’erano tante famiglie grosse, e tutte in miseria. Era così nelle montagne del Veneto, ma anche in pianura. Duemila lire di guadagno per ciascuno di noi tre, erano soldi. A quei tempi una vacca valeva 500 lire. Un anno siamo partiti da Verona a piedi, per risparmiare la spesa del treno. In poco più di una settimana siamo arrivati a piedi sino a Elva. Ah, risparmiare le 10 lire del viaggio era importante”.

Giovanni Pietro Mustat (1907 – 1973)
“Un inverno io e mio zio siamo andati a tagliare i capelli alle donne. Siamo passati dalle parti di Piacenza e poi abbiamo raggiunto le valli di Brescia e Bergamo e poi siamo andati sino in Trentino. Avevo 16 anni. Tagliavamo solo trecce. Pettinavamo le ragazze e poi avanti con il taglio dei capelli, a zero. Mi faceva impressione vedere quelle taste rasate….Una volta, dalle parti di Bergamo, mio zio ha visto tante ragazze che entravano in una filatura. Mi ha detto: “Ho visto due o tre ragazze che hanno dei capelli biondi e ricci bellissimi. Io ci ho provato, ma non ho combinato niente. Ci devi andare tu, che sei giovane. Le aspetti quando escono dal lavoro e ti fai invitare questa sera alla veglia”. Allora mi sono fatto coraggio, alla era sono andato alla veglia con quel gruppo di ragazze. Ho preso a parlare, poi ho chiesto che mi dessero un pò dei loro capelli. Nella stalla c’erano anche le madri che hanno cominciato a dire: ”Ma accontentatelo un po’ questo bravo giovane”. Ho tagliato i capelli a tutte otto quelle ragazze; alcune di quelle trecce erano bellissime, valevano cento volte quelle comuni. A tagliare alla prima ho avuto un po’ di paura; se piangeva mi comprometteva il taglio di tutte le altre. Non ha pianto, anzi rideva, e anche le altre erano allegre “.

Caterina Lombardo (1901 – 1979)
A 14 anni sono andata a lavorare i capelli, io e le mie sorelle. Andavamo da mio cognato; eravamo sei o sette ragazze a lavorare nella sua stanza. Lavoravamo i capelli del pettine. Nei collegi pettinavano le bionde e le nere e a noi arrivavano quei grovigli di capelli mischiati e bisognava sceglierli per colore. C’era un ferro, una specie di ago da calzolaio e si faceva così e così per districare, per distendere questi capelli già divisi per colore. Mettevamo in grembo un mucchietto di questi capelli stirati e li avvitavamo, li arrotolavamo come a fare un pan di burro. Poi li districavamo sul pettine in maniera che i capelli tornassero ben distesi. Li mettevamo poi nell’acqua calda e soda, per rivoltarli, perché le teste, le radici andassero tutte insieme. Ancora un’altra lavatura perché diventassero ben lucenti, una scelta per lunghezza, la legatura ed una volta asciutti erano pronti per fare la parrucca. Il Guadagno? Due lire al giorno a chi faceva le teste e alle altre che pettinavano 12 soldi. Il commercio che più andava era prima della guerra del ’15. Anch’io ho venduto tre volte i miei capelli. L’ultima volta avevo 18 anni. Nessuna pena, tutte le ragazze vendevano i capelli. Ci lasciavano solo una corona sulla testa”.

Chi volesse approfondire l’argomento trattato, e altri mestieri che non ci sono più, consiglio l’agile volumetto:
Diego Crestani “Mestieri andati” L’epopea degli Ancivè e Caviè della Valle Maira.
Reperibile presso la libreria LA MONTAGNA via Sacchi 28bis a Torino.




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