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Come eravamo : Mi ricordo di quel bambino...
Autore: Jacolus (Notizie dello stesso autore)
Notizia inviata il: 19/12/11 06:33
Notizia riferita al: 19/12/11
Letture: 2984
Come eravamo

La prima cosa che ricordo di quel bambino era all’ inizio degli anni ’50 avrà avuto 3 o 4 anni,rammento che sua mamma lo portò ad una manifestazione di piazza dove tutti i bambini di quell’età dovevano fare una passerella in triciclo,non so per quale avvenimento. Dei signori grandi,ma a quell’età agli occhi dei bambini tutti parevano molto grandi,allinearono questi pargoli tutti in riga con i loro mezzi, e al pronti… via! dovevano fare il giro della piazza in senso antiorario. Al colpo di pistola dello starter tutti scattarono ed ordinatamente cominciarono a fare il loro giro,tranne uno,incurante degli ordini ricevuti ruppe subito le righe ed incominciò a girovagare per la piazza in lungo in largo dove non c’era nessuno,lì si sentiva più libero. Questo scatenò le risate di tutti gli altri genitori, un signore con il megafono lo invitava all’ordine,nulla valse,la cosa andò avanti finché qualcuno lo prese per il colletto e senza tanti complimenti lo sbatté fuori dal recinto. Un responsabile della manifestazione lo riportò poi dalla mamma dicendole che se non lo si “raddrizzava” subito sarebbe diventato un bambino difficile.

Venne il giorno in cui bisognava entrare nell’ingranaggio scolastico,la mamma lo portò all’asilo dalle Orsoline,in un primo momento fu un impatto,lì si parlava un’altra lingua, l’italiano! A questo bambino piaceva quando le suore raccontavano delle storie,ma un pò di meno quando facevano pregare,non riusciva capire perché prima di fare ogni cosa c’era da recitare un’orazione. Tuttavia la vita dell’asilo non gli dispiaceva, specialmente d’inverno,quando oltre portare il cestino con la merendina che era composta di un uovo sodo ed una mela, bisognava portare anche un pezzo di legno….Tutti i bambini dovevano contribuire al riscaldamento! Fu li che oltre tante cose si imparò anche ad accendere la stufa. Si correva si giocava e si imparava,poi nel pomeriggio c’era il momento della pennichella,allora la suora avvicinava le ante delle finestre e tutti seduti al loro posto appoggiavano le nostra testa sul banco di legno,e si appisolavano…

Dopo questo primo svezzamento, toccava andare alle scuole elementari, In “prima” questo pargolo che guardava già il mondo con stupore e meraviglia si esercitava a fare righe e aste sul quaderno,si imparava così ad avere una bella calligrafia. In “seconda” sempre più difficile,occorreva scrivere con il pennino che si attingeva nell’inchiostro,e assolutamente non fare macchie,cosa impossibile…Sulla parte alta del banco c’erano delle vaschette per l’inchiostro, di tanto in tanto passava il bidello a riempirle con una specie di innaffiatoio.Questo signore aveva una gamba di legno e ogni tanto gli scolari la trovavano appoggiata in un’ angolo del corridoio staccata dal suo proprietario,ormai faceva parte del corredo della scuola,era una cosa normale, ma talvolta qualche scolaro più discolo gliela nascondeva nel gabinetto, poi si sbirciava di nascosto facendo delle risatine quando andava a cercarla.
Dopo aver imparato a leggere e a scrivere si entrava in “terza”ed è li che questo bambino,dovette spalancare gli occhi al mondo,ebbe la fortuna di avere un maestro che lo accompagnò fino al temine delle elementari, oltre ad essere un maestro elementare fu anche un maestro di vita,e seminò il suo sapere e la sua esperienza in terreno fertile… La classe era mista, composta da una cinquantina tra alunni e alunne,appeso al muro oltre il crocefisso c’era anche il ritratto di Gronchi,l’allora presidente della repubblica. Il maestro,che era stato partigiano,mutilato di guerra,aveva perso la mano destra,al posto ne aveva una di legno,era un militante comunista di vecchio stampo. Come dicevo in quella classe l’insegnante insegnò che la repubblica italiana era nata dalle macerie prodotte dalla follia della guerra,la meglio gioventù era morta per far nascere la democrazia e portare avanti questi ideali,diceva che tutte le dittature prima o poi sarebbero destinate a cadere,perché il popolo oppresso anela sempre alla libertà. Tutti gli alunni ma soprattutto questo bambino che stava diventando un ragazzo lo ascoltava a bocca aperta,non guardava il crocefisso,ma il ritratto del presidente Gronchi come fosse stato il padre di tutti gli italiani un padre amorevole che aveva un’enorme responsabilità.

Questo maestro aveva un modo singolare di erudire, faceva leggere dei brani degli epici racconti dell’Illiade,dell’Odissea,del Manzoni e di Dante,poi a casa per compito si doveva fare il riassunto. Raccontava anche aneddoti popolari come il perchè Gianduja era diventata la maschera di Torino ed incominciava a narrare mentre quel bambino ascoltava “enbaijà”: Allora,dovete sapere,diceva… nel mille settecento,non so di preciso la data,ma il fatto è avvenuto, in quel tempo Torino era sotto l’egemonia francese,un bel giorno avvenne che durante la sfilata dei reali di Francia per le vie della città,un uomo di nome Gianduja,cioè( Gian dlà duja) abbreviato a Gianduja era chiamato così perchè portava sempre con se a tracolla una duja con del vino… Dunque narrava…che durante la sfilata dei reali tra due ali di folla questo Gianduja, forse già un po’ alticcio,scavalcò le recinzioni e balzò di fronte ai reali fermando il corteo ed urlò “LIBERTE’!,EGUALITE’!,FRATERNITE’! I FRANSEIS AN CAROSSA E NOI A PE’!”la folla lo portò in trionfo e poi i gendarmi in gattabuia,ma divenne colui che risveglio gli animi, fu la scintilla che accese il fuoco della libertà. E con quelle frase gridata di fronte i reali di Francia si guadagnò sul campo il titolo di maschera della città di Torino.

Tutta l’aula era affascinata da quei racconti,ma uno dei momenti più belli che accadevano in quella classe era quando entrava il prete per l’ora di religione,al maestro dava fastidio tutto ciò che puzzava d’incenso,il sacerdote che era uno di quei pretini indifesi che la curia buttava nella nell’arena per che si facessero le ossa,quando arrivava al cospetto di quel maestro che aveva una forte personalità,abbassava ancora di più gli occhi e lo salutava senza osare guardarlo come se avesse il demonio di fronte, mentre tutti gli alunni si alzavano in piedi a salutare il sacerdote con un sonoro e corale “riverisco” il maestro si accendeva il sigaro e facendo finta di sbagliarsi mentre usciva dall’aula li sbuffava addosso alcune note di quella maleodorante porcheria che fumava. Questo prete dalla figura esile e gracile incominciava a tossire e la scolaresca doveva trattenersi dal ridere mentre si faceva il segno della croce che dava l’inizio alla lezione.

Un bel dì in città arrivò il circo Togni,si sa, i bambini del circo vanno a scuola in ogni città che capita durante il loro percorso, questa classe accolse un bambino che doveva fare la quarta elementare. Il maestro che aveva le doti di esaltare le peculiarità positive della persona,durante la lezione di ginnastica,invitò questo ragazzino del circo a dare esibizione delle sue capacità ginniche. Il suo compito durante lo spettacolo era di fare il saltimbanco e giocoliere,quindi li faceva ripetere anche il suo numero in classe. Si spostarono i banchi(allora non c’era la palestra) per lasciare spazio all’esibizione ginnica. Tutta la classe ammirava con invidia le sue evoluzioni che terminavano con un triplo salto mortale. Anelavamo tutti ad essere come lui,girare il mondo,lo si riteneva un bambino molto fortunato.
In coda alla lezione di ginnastica c’era la lezione di canto,in classe c’era un figlio di emigranti napoletani che parlava con un pronunciato accento partenopeo, come tutti i meridionali aveva delle spiccate e innate doti canore,il maestro al posto di insegnaci le scale delle note come lezione, faceva cantare a questo “scugnizzo” le canzoni della sua terra,essendo molto piccolo saliva in piedi sul banco e intonava “O sole mio” Chellalà” e Guaglione” Le mura dell’aula tremavano al suono della sua possente voce ,le classi vicine smettevano le loro lezione ed assieme le loro insegnanti si avvicinavano a quest’aula come un affettuoso abbraccio ad ascoltare,il tutto finiva in un grandioso applauso. Anche il direttore dell’istituto ormai rassegnato a questo tipo di disciplina inculata in quella classe,partecipava in silenzio in fondo al corridoio.

Un giorno il maestro,prima delle vacanze di Natale portò i suoi alunni a fare un giro sui “baracun” (le giostre, come erano chiamate) questo, ormai ragazzo che continuava sognare come un bambino era attratto da un “baracun” cui si magnificava e si invitava a ammirare un enorme serpente,come fosse stato il più grande serpente del mondo. Tale serpente era reclamizzato con delle fotografie all’esterno,tuttavia non si poté soffermare più di tanto doveva seguire la scolaresca. Ma poi finita la “lezione” prima di arrivare a casa,ritornò da quel “baracun” ad ammirare le foto esposte. Già, avrebbe voluto prendere in biglietto ed entrare per vederlo dal vivo,ma ahimè!allora mancavano i soldi. La cosa si ripetè per alcuni giorni durante le vacanze,con lo sguardo curioso passava ore intere davanti alle immagini di questo rettile e sognava già di vederlo dal vivo.
La cosa non passò inosservata alla bigliettaia,ella aveva capito che questo pargolo era desideroso di entrare a vedere questa meraviglia della natura,ma volle che si guadagnasse il biglietto d’entrata sul campo.
Questa signora chiamò il bambino così: Senti giovanotto… se corri a comperarmi due banane per dare da mangiare al serpente io ti faccio entrare gratis! Non credette alle proprie orecchie! li parve di sognare,e con le gambe in spalla corse dal vicino panificio che era sotto i portici! Si!avete capito bene! Per comperare le banane andò dal panettiere e non dal fruttivendolo! (perchè in città c’era un tipo di pagnotta attorcigliata chiamata appunto “banana”per la loro forma)
Il ragazzino non era scemo!a scuola imparava,sapeva benissimo che le banane erano un frutto africano,le aveva viste quando davano Tarzan al cinema Splendor e perfino qualche volta dal vero in vetrina,ma era un cibo di lusso solo per i signori e mai e poi mai immaginava che questa prelibatezza esotica venisse data in pasto ad un serpente,per lui le banane erano solo di pane!
Fu così che ritornò di corsa consegnando tutto contento due pagnotte alla bigliettaia,questa vedendo queste “banane” di pane da prima si stupì,poi scosse la testa ed ebbe un gesto di stizza, ma vedendo questo bambino spegnersi il sorriso e gonfiarsi gli occhi di lacrime, ella si intenerì,e gli disse:su presto! entra a vedere lo spettacolo e poi non farti più vedere li fuori!
Allora corse all’interno del “baracun” era felice di essere riuscito ad entrare gratis e in più aveva due banane di pane da portare a casa!che facevano anche comodo….

Arrivò il giorno in cui le scuole elementari terminarono,allora non c’era ancora la scuola dell’obbligo fino a quattordici anni,tuttavia alcuni dei suoi compagni provenienti da famiglie più abbienti continuarono gli studi,chi era figlio di un farmacista a sua volta divenne farmacista,che di un ingegnere,seguì le orme del padre ,chi di un avvocato a sua volta divenne avvocato o addirittura notaio e così via. Ma i figli della povera gente, i figli dei manovali, degli operai dovettero terminare gli studi e dare una mano in famiglia andando a lavorare ancora senza libretto a posto sotto qualche padrone quasi senza paga purché li si insegnasse un mestiere.
Fu anche il destino di questo ragazzo che dovette crescere in fretta,per i primi mesi fu assunto in qualità di “bocia” in una bottega di falegname a 600 lire a settimana,lavorando dieci ore al giorno tranne il sabato, che se ne facevano solo nove.
Egli in quel tempo capì una triste realtà,che già al momento in cui si nasce non tutti sono uguali…i ricchi nascono più “uguali” dei poveri…Finirono i giochi, agli occhi della gente era quasi un reato giocare con i figli degli emigrati della povera gente assieme ai figli dei benestanti. Si stavano delineando questi deplorevoli confini sociali…La società cercava poco per volta di uccidere il bambino che era in lui, si cercava di far perdere la purezza e l’innocenza,per far posto all’ipocrisia,ma non ci riuscì,prevalse il suo archetipo di bambino difficile cui si consigliava raddrizzare,mettere in riga! Cosa che non fu possibile non faceva parte del suo DNA… Questo bambino divenne adulto ma non fu mai “vecchio”,perchè guardò sempre il futuro e il mondo con gli occhi meravigliati di bambino…

Con l’augurio di rimanere sempre “bambini” BUONE FESTE A TUTTI!


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Tecla
Inviato: 21/12/2011 10:11  Aggiornato: 21/12/2011 10:11
Guru
Iscritto: 1/9/2005
Da: Piemunt
Inviati: 304
 Re: Mi ricordo di quel bambino...
Bellissimo racconto di vita Jacolus!!!
Come dire si stava "meglio", quando si stava "peggio"
Tanti cari Auguri Tecla

Autore Commento
Beppe46
Inviato: 19/12/2011 19:32  Aggiornato: 19/12/2011 19:32
Iscritto: 16/6/2010
Da: Torino
Inviati: 12634
 Re: Mi ricordo di quel bambino...
Caro Jacolus,
anch'io negli anni 50 avevo 4 anni e, come in tutti paesi, si andava all'asilo dalle suore che sempre ti facevano pregare, etc e poi ti facevano fare il riposino direttamente sui banchi con le braccia incrociate e la testa sopra. Bei tempi, ci accontevamo di quel niente che c'era. La sera di una vigilia di Natale sono andato a dormire che pioveva non prima di aver messo il fieno per il somarello di Gesù Bambino che sarebbe passato nella notte a portare i doni. Il mattino dopo era tutto bianco; i doni c'erano, il fieno non più. Ed io: "Che fame doveva avere l'asino di Gesù Bambino". Tanti auguri a te e a tutti di un lieto Natale e di un felicissimo e avventuroso nuovo anno.

Autore Commento
fulv54
Inviato: 19/12/2011 9:02  Aggiornato: 19/12/2011 9:03
Guru
Iscritto: 11/6/2007
Da: Germagnano
Inviati: 859
 Re: Mi ricordo di quel bambino...
Grande Jacolus!
Posso immaginare chi fosse quel bimbo che girovagava sul piazzale con il triciclo a ruota libera...
Hai risvegliato in me dei ricordi d'infanzia che giacevano ormai inpolverati in qualche recondito angolo del mio archivio cerebrale....
Buon Natale e Buone Feste anche a Te e a tutti i Fiocavenmolisti!
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