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Come eravamo : Quella volta sul monte Bianco....
Autore: Jacolus (Notizie dello stesso autore)
Notizia inviata il: 16/09/09 14:54
Notizia riferita al: 16/09/09
Letture: 1525
Come eravamo

Sono due giorni che piove,non potendo far “lavorare “le gambe,faccio “lavorare” la memoria,attingo dal pozzo dei ricordi una gita tra le tante,quasi quasi racconto di quella volta che siamo andati sul Bianco….Non mi ricordo più precisamente che anno era ,ma sicuramente verso la seconda metà degl’anni 70. Qualche giorno prima avevamo “fatto” il Rosa,ma ci mancava ancora il colore più puro il”Bianco”. Il nostro amico “Mente” ci diede qualche dritta,quindi bisognava solo più attendere le condizioni ottimali e si sarebbe partiti per il tetto d’Europa. Queste si verificarono fortunatamente alla fine di una settimana di lavoro,ricordo che uscimmo dal turno di notte alle cinque di mattina,salimmo in macchina, già con gli zaini caricati e via verso la val Veny.
Eravamo tre compagni di lavoro; io, Giulio, Andrea e l’amico Germano,(fratello di don Cornelio).Guidammo a turno,ma allora non c’era il traffico di oggi e in mattinata arrivammo al parcheggio della val Veny dove inizia il ghiacciaio del Miage.
Avevamo scelto di salire dalla parte italiana perchè eravamo tutti allergici alle resse nei rifugi e non volevamo pagare per poi dormire sotto una sedia,ma…
Iniziammo la lunga marcia per arrivare al Gonella,3072 mt. il Ghiacciaio già allora era coperto di sfasciumi,ma ci imbattemmo subito in un cartello ammonitore: era un “chi la visto”con le descrizioni somatiche di un’ alpinista scomparso.
Finita la parte pianeggiante del ghiacciaio incominciò la parte più ardua per raggiungere il rifugio,si saliva su per una ripida costa di sfasciumi instabili,in alcuni tratti c’erano dei cavi d’acciaio e finalmente verso le sei di sera giungemmo in vista del rifugio,pareva appollaiato su un promontorio mobile, mosso dal ghiacciaio.
Eravamo solo noi quattro al rifugio,ricordo che la “toilette”era a cielo aperto dietro ad una baracca degli attrezzi col tetto in lamiera,era l’unico luogo in cui si poteva esercitare le nostre funzioni fisiologiche. Prendemmo posto nel rifugio,ovviamente la roba da mangiare c’è l’avevamo portata appresso,allora i rifugi non erano come adesso,che si può ordinare di tutto. Però per limitare i pesi non ci eravamo portati l’acqua,Tanto lassù con tutto il ghiaccio che c’è….Allora ci facemmo riempire le nostre quattro borracce di thè per l’indomani. Vidi il gestore che uscì fuori ,andò presso la “ritirata”con la pala, buttò sul tetto di lamiera alcune palate di neve e ghiaccio già “conditi”quindi col l’effetto del calore, sciogliendosi, quel liquido era “invitato” verso una canalina che come una grondaia andava a riempire un bidone. Costui prese un po’ di quel prezioso liquido l’ho portò in cucina e mise su il thè per noi! Non ci stupimmo tanto per la provenienza,in quei luoghi occorre fare di necessità virtù,ma ci scandalizzammo per il fatto che ce li fece pagare ben 20 mila lire che a quel tempo…Comunque non era cattivo,era di un sapore dolce-asprigno con un retrogusto fruttato, ed aveva un bel colore giallo paglierino….
Era ormai sera,mangiammo la nostra cena,poi chiedemmo al gestore a che ora è la sveglia. Alle undici,ci risponse. Ma… non è un po’ tardi per partire replicai! no! cos’ai capito! alle undici di stasera! Glab! Guardammo l’orologio erano già le nove e trenta,facemmo buon viso a cattivo gioco, e a nanna,non dico sotto una sedia ma il periodo di pausa fu talmente breve che è come se avessimo dormito un po’ da seduti.
Inutile dire come dice il motto,”presto a letto,presto in piedi!”e verso la mezzanotte il ghiacciaio era attraversato da quattro individui assonnati che zigzagavano tra i crepacci con la flebile luce delle frontali. Facemmo due cordate; io con Andrea e Giulio con Germano. Ogni tanto si intravedeva l’ombra sinistra di qualche crepaccio,ma per fortuna in quel periodo di inizio luglio viene giorno presto e quassù ancora prima, finalmente cominciammo a vedere,ma soprattutto a capire qualcosa. Eravamo sul ripido pendio che porta al col de Bionassay. Non era proprio in piano,ma le danze erano incominciate ed occorreva continuare. Fortunatamente non trovammo ghiaccio e alle prime luci dell’alba fummo al colle a 3892 mt. Siamo più in alto del Monviso! mancano neanche più mille metri! esclamai. Ancora un breve tratto sullo spartiacque un po’ stretto poi questa grande montagna ti invitò a salire per ampi pendii che sembrava si salire Garitta Nuova d’inverno! Eravamo sul Dome de Gouter,Giulio che era allergico alla corda ,perchè diceva che è un “legame”e uno spirito libero come lui mal la tollerava. Vedendo ormai più alcuna difficoltà se non la fatica,ci liberammo da quella “catena” e salimmo liberi come il vento. Ma non eravamo più soli, c’erano file interminabili di cordate che ci precedevano e che ci seguivano venivano dalla “normale” francese dal rif. Gouter .Mettemmo la lucciola per sorpassare queste cordate di alpinisti di tutte le nazionalità. Arrivammo al col du Dome,apriti cielo! sembrava di essere alla fiera! altre numerose cordate arrivavano dal rif. gran Mulets qualcuna avrà dormito alla Vallot. Superammo questo “carrefous” di alpinisti,che ci guardavano sbigottiti vedendoci ad andare su speditamente in “libera” C’era solo più la crete de Bosses,dove facemmo gli ultimi sorpassi e finalmente verso le otto del mattino posammo i nostri piedi sull’ambita vetta...
Non un nuvola! non un filo di vento non pareva vero,Giulio diede il via ai festeggiamenti;tirò fuori da sotto la camicia al caldo una “buta da stup” di barolo,Andrea che era uno di campagna e sapeva bene come si “lavorava un maiale”tirò fuori un paio di salami “d’là reusa” di scrofa,diceva che erano i migliori. Io avevo una “micca” di pane di Venasca e della gorgonzola di quella che “cammina” e Germano mise a diposizione le sigarette e il caffè. Per risparmiare peso, con un chiodo da ghiaccio stappammo la bottiglia e con la piccozza affettavamo il salame.
Nel frattempo arrivò una cordata di cinesi o giù di lì,Giulio nel suo entusiasmo volle offrire loro il barolo cercandoli di spiegarli,gesticolando, che quello era il re dei vini e il vino dei re,io avevo il mio da fare a dirgli che per loro andava sprecato,erano abituati alla coca cola! Ma niente da fare! riempì il bicchiere e li invitò a bere. Dopo il primo sorso apparve una smorfia sul loro viso e con la proverbiale gentilezza che li distingue, rendendoci il bicchiere mezzo pieno fecero un’inchino seguito da un “sorry”.non era di loro gradimento! meno male! pensai…
Passo più di un’ora, bisognava scendere,sul versante francese in fondo,in fondo si vedeva un paesino,allora non sapevamo come si chiamasse,era Chamonix,.Dissi a Giulio:”fussa un pò ca caleisu da cula part?” Per lui fu un invito a nozze,e rigorosamente slegati, perché così saltare i crepacci era più facile passammo nei pressi della Vallot dove erano fermi molti ritardatari,raggiungemmo in rifugio Grands Mulets dove ci dovemmo tappare il naso per il fetore delle latrine a cielo aperto nei pressi del rifugio,dovemmo fare anche attenzione a non essere investiti da qualche”dirigibile marrone,senza elica ne timone!” che rotolava dal pendio sottostante al rifugio. Sembravano dei cannoli alla cioccolata!
Finalmente arrivammo alla” Jonction” dove uscimmo dal ghiacciaio e per dossi del mont Courbeau con infiniti tornanti accompagnati alla nostra destra nel vallone dal glacier de Bossons arrivammo sfiniti sulla statale in un villaggio poco sotto Chamonix. Germano che sapeva il francese andò al primo bar dove c’era un telefono per far venire un taxì. Questi arrivò quasi subito,probabilmente era abituato a traghettare degli sprovveduti come noi dall’altra parte del tunnel. Ci scaricò vicino alla nostra auto in val Veny, ricordo che la sua parcella fu di 70 mila lire. Una cifra spropositata per allora,ci aveva messo meno di un’ora e paragonarla con un’ora li lavoro di un’ operaio!... Per Giulio fu l’unico neo della “gita”perché non arrivando alla macchina con le nostre gambe non eravamo stati completamente autosufficienti,! Gli spiegai che anche se sotto il tunnel transitano macchine e camion, esso è vietato ai pedoni. Ma per uno spirito libero come lui,la parola “vietato” non faceva parte del suo vocabolario ma capì perfettamente e mi disse:”solo lassù tra tra rocce e ghiacciai si è veramente liberi!” Ma noi che eravamo stati abituati a fare sacrifici,scontammo la pena, tirammo dritti verso casa senza nemmeno prendere un caffè in un bar per festeggiare la gita,avevamo già speso troppo!..... e... avevamo ancora la bocca “buona” del thè del Gonella!


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