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Varie : Genius loci
Autore: vecchiomio (Notizie dello stesso autore)
Notizia inviata il: 05/08/22 15:02
Notizia riferita al: 05/08/22
Letture: 222

Il retore latino Servio affermava: “Nullus locus sine genio”, ossia “nessun luogo è senza il suo genio”. Al tempo dei Romani infatti, ma certamente anche molto prima, si riteneva che ogni luogo della Terra avesse un proprio Nume tutelare che lì metteva la propria dimora, al quale bisognava rivolgersi con umiltà e rispetto prima di avventurarsi nei suoi territori. E a ben riflettere appare evidente come questa credenza rendesse ogni luogo depositario di una propria sacralità, indipendentemente dal fatto che vi fossero edificati simboli di culto. Di fronte a questo genere di primitiva “credenza”, il nostro atteggiamento di cittadini evoluti e “moderni” è quello di provare un senso di superiorità antropologica rispetto a quei nostri lontani antenati. Forse è proprio in questa presunta e presuntuosa superiorità auto conferita, che va cercato il peccato originale della modernità: abbiamo creduto di potercene fregare dei geni loci che albergavano da sempre nei boschi e sui ghiacciai, nelle forre e sugli alti pascoli. Invece sono stati sempre lì, e ora ci stanno presentando il conto per aver occupato il loro spazio senza chiedere permesso. Così salato –il conto- che per pagarlo dovremo svenarci e forse non basterà nemmeno. Anche a Prali ce n’è uno che di giorno si nasconde tra il Cornour , la Gran Guglia e la Vergia e a volte di notte scende più in basso, sui prati di Villa e sulla radura di Galmunt e anche in mezzo alle case di Malzat e Giordano e sui tetti dei condomini semideserti. L’estate non è il momento buono per vederlo, non ci provate: ci sono troppe auto, voci e rumori e neppure l’inverno, perché tra le piste e i piloni della seggiovia non si avventura mai. In più di trent’anni l’ho incontrato solo rare volte in tarda primavera, a impianti chiusi, dalle parti di Ribba, a Bout du col e più su, quando in giro non c’è quasi nessuno, solo qualche locale uscito presto di casa per dare il fieno alle vacche nella stalla o per scendere a lavorare a Pinerolo , quando il sole è ancora basso e illumina le cime più alte innevate. L’”ho incontrato” non significa che l’abbia visto come si vede una volpe o sentito con l’udito come si sente l’abbaiare di un cane pastore, o tantomeno che ci abbia parlato: l’ho percepito come presenza, come si vede e si sente il proprio fiato quando esce dalla bocca e si condensa al freddo del mattino mentre sali camminando con gli sci ai piedi e pensieri strampalati vagano per loro conto senza chiederti il permesso. Il Genio del luogo assomiglia a quelle gigantesse bolle di sapone iridescenti che si formano tra le due bacchette di legno del ragazzo che chiede qualche moneta all’inizio di Corso Regina Margherita, solo che invece di scoppiare quando la parete d’acqua e sapone diventa troppo sottile, lui si espande ancora e ancora e abbraccia ogni cosa intorno e si fa larice e abete, roccia e tetto di lose, canalone e pietraia, filo d’erba e tronco spezzato ed entra persino dentro di te, nei tuoi polmoni e si fa respiro. Al traverso dell’ Eitrangoulou, poco sotto al passo di Viafiorcia, nel punto più valangoso, lui aspetta dall’altra parte e ti guarda, mentre tu stai fermo lì, tra i due roccioni, incerto se proseguire o tornare indietro e se lo ascolti bene ti da sempre buoni consigli su quanto quei cinquanta metri lisci e ripidi siano sicuri. Poi, sale al tuo fianco e vagando di qua e di là, di sopra e di sotto e arrivato sulla cima di una qualche montagna, assume le sembianze di un gracchio che ti veleggia intorno aspettando qualche briciola del tuo cracker e ti mostra il suo regno di luci e di ombre, di caos e perfezione e infine scende un tratto con te, soffiandoti in faccia folate gelide di vento improvviso che non sapresti dire né come si sono formate, né da dove sono venute. Alla fine della mattinata non rimarrà che una traccia di sci nella neve, poi anche quella scomparirà, spianata dal sole tiepido del pomeriggio e soffiata via da quel vento che danza a folate anche di notte e non sai da dove arriva e su, oltre il bosco, adesso c’è la Luna piena che illumina forte i nevai, ma nessuno è là a vedere quello che fa il Genio.


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