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Come eravamo : Strahlhorn, Allalinhorn e Alphubel in sci (maggio 1988)
Autore: vecchiomio (Notizie dello stesso autore)
Notizia inviata il: 13/07/20 22:45
Notizia riferita al: 13/07/20
Letture: 155
Come eravamo

E’ soprattutto nelle giornate di brutto tempo che il mare è decisamente meglio della montagna: si può uscire a passeggiare vicino al molo, dove le onde si frangono sugli scogli e respirare, nei giorni di tramontana e mare grosso, gli effluvi di salsedine e iodio sospinti sulla riva e fin dentro ai polmoni come un benefico aerosol di cura termale gratuita. Col bel tempo invece anche le montagne hanno il loro bello.
Ieri, arrivando alla Langfluh con la funivia di Saas Fee, il sole sfolgorava come previsto dal meteo svizzero e mentre ci spostavamo con gli sci alla Britanniahutte tutto lo sterminato palcoscenico di ghiacci in cui sono incastonati i 4.000 del Vallese non riusciva ad essere contenuto nel nostro campo visivo guardando in una sola direzione. Anche il giorno successivo, salendo allo Strahlhorn, appena distoglievamo gli occhi dalle punte degli sci, ci perdevamo nelle tessere infinite che compongono quel paesaggio, sempre più vasto e complesso con l’aumentare della quota, senza riuscire, quasi in cima, a comprenderlo tutto quanto nel suo insieme. Cercavamo però di individuare le salite previste per il giorno successivo, l’Allalinhorn, e quella di dopodomani, l’Alphubel…lì davanti a noi svettava anche un altro 4000, il Rimpfishorn, ma per quello non ci sentivamo all’altezza. Gli Svizzeri non sono molto simpatici e i loro rifugi costano come una suite a Porto Cervo, ma bisogna riconoscere che in quanto a previsioni del tempo sono molto precisi: la promessa di 4 giorni di bel tempo la mantennero.
L’ultimo giorno, scesi dall’ Alphubel, ci fermammo ancora un quarto d’ora alla Langfluh, seduti a contemplare il panorama dei ghiacciai, cercando di imprimercelo nella memoria, sapendo che probabilmente non avremmo più rivisto quel palcoscenico straordinario, così che una malinconia anticipatoria mi disturbava un po’ la felicità per le belle gite fatte: e proprio così è stato, il Vallese è rimasto un posto da libri e filmati, o intravisto da lontano. D’altra parte, come dice un poeta, abbandonare i palcoscenici su cui ci siamo mossi nella vita, per lasciarli a “quegli altri” che verranno dopo di noi, è il destino che ci accomuna tutti.
Ora, dopo tanti anni, equivalenti però ad un istante rispetto ai tempi geologici in cui vivono le montagne, mi rammarico per “quegli altri”, i giovani, ai quali per egoismo e distrazione stiamo consegnando un’ eredità velenosa, inclusa - buon peso- la regressione dei ghiacciai, ragazzi che forse non potranno più desiderare e salire su quello stesso palcoscenico.



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