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Come eravamo : Cervino. Cresta del Leone. Luglio 1984
Autore: vecchiomio (Notizie dello stesso autore)
Notizia inviata il: 20/06/20 18:28
Notizia riferita al: 20/06/20
Letture: 203
Come eravamo

-Che ne dici Livio, andiamo su per il canalone? E’ molto più diretto che risalire fino alla testa del Leone su quegli sfasciumi…-
- Mhh...vedo una bella “rigola” in mezzo al canale, dev’essere sceso di tutto giù di lì!-
- Ormai sono giorni che fa caldo, quel che doveva venir giù, sarà venuto!-
Partiamo. Siamo stati in posti decisamente più rassicuranti, ma l’idea di tagliare via velocemente la Testa del Leone ci spinge a rischiare qualcosa.
Vado su io da primo perché credo che Livio non metta piede sulla neve da dieci anni almeno! A lui lascerò invece condurre tutti i tiri su roccia (io ed Alfonso lo chiamiamo “il Mago” perché passa con nonchalance dove noi non riusciamo neppure a capire dove si debbano mettere le mani.)
Saliamo in conserva, praticamente di corsa, per ridurre i tempi di permanenza nel canale. La rigola è ancora più incisa e profonda di quanto apparisse da sotto, almeno un metro e larga due: fa una certa impressione starci proprio dentro. Ad ogni minimo fruscio mi si gela il sangue e guardo istintivamente in alto temendo di veder comparire qualche masso che mi arriva dritto addosso. In quindici minuti siamo in cima e tiriamo un gran sospiro di sollievo, lì sotto ci sentivamo come birilli del boowling. Mentre sostiamo qualche minuto ci incrocia una cordata che arriva dal tracciato canonico, il sentiero che passa attorno alla Testa del Leone. Davanti c’è una guida tirolese con due giovani clienti. E’ piuttosto contrariato per come i due ragazzi si stanno muovendo e con un forte accento tedesco dice sottovoce:
-Questi giovani! Fanno il 6b come niente, ma appena vedono due pietre che muovono non sanno più dove mettere i piedi!-
Ci limitiamo a sorridere, forse la guida è troppo esigente, chissà?.
Senza più alcun problema saliamo godendoci i passaggi innocui e il panorama italo-svizzero fino rifugio Carrel , a 3850 metri, la vecchia costruzione di legno sospesa nel cielo. C’è gente ma meno del previsto, avremo posto per dormire comodi. Per cena mangio parmigiano, fiori di zucca impanati e bevo un quarto di vino rosso, l’altro quarto è per Livio che non disdegna: ho scoperto che in quota mi concilia il sonno. E infatti dopo un’oretta di rilassamento e due boccate di Toscano mi addormento e riposo come fossi al mare fino al trillo della sveglia alle 5 e mezzo.
La salita è facile, si sale sempre in conserva tranne brevi tratti, fino alla base della scala Jordan: sono due grossi canaponi collegati da scalini di legno a formare una specie di quadro svedese ancorato all’ultima parete prima della cima. Saranno una cinquantina di metri, leggermente strapiombanti. Si deve fare sicurezza utilizzando come punti di sosta i gradini della Jordan. Non ci sono cordate che stanno scendendo e questo rende più semplice le manovre e la salita. La quota si fa sentire, siamo a quasi 4.500 metri, bisogna tirarsi con le braccia e non si riesce a riposarsi se non agganciandosi momentaneamente con un moschettone. Al termine della scala Jordan sappiamo con certezza che è fatta! Mancano poche decine di metri facili, si vede la croce di ferro, quella di Mike Bongiorno che reclamizza la Grappa Bocchino. Mike non c’è, ci accontenteremo della croce. Siamo solo noi e altri quatto o cinque alpinisti, altri stanno salendo. Tutto intorno il cielo vuoto e qualche nuvoletta e più in basso la Dent d’Herin e mille altre montagne a perdita d’occhio, e ancora più giù le case di Cervinia. Stringo la mano a Livio, sono veramente contento: se non fosse stato per lui non sarei mai salito fin qui. Ma anche lui, probabilmente, se non fosse stato per me, non ci sarebbe mai venuto, sul Cervino: adesso probabilmente sarebbe a Caprie o a Finale a provare e riprovare ostinatamente qualche tiro di 6b fino a trovare la soluzione: ma il Mago, a differenza dei ragazzi tirolesi, se l’è cavata bene anche sul misto d’altri tempi della Gran Becca!
Quando arriviamo all’Oriondè sono le nove passate e il tempo sta peggiorando decisamente: non abbiamo nessuna voglia di scendere ancora fino a Cervinia e tornare a casa nel cuore della notte. Il custode è disponibile per riscaldarci una pastasciutta e questo è decisivo per farci decidere di passare la notte al rifugio. Ci sediamo al tavolo e fuori dalla finestra si vede qualche lampo le prime gocce di pioggia, ma ormai gli spaghetti sono nel piatto e questo è quello che ci interessa ora. Mi sento come l’Albertone nazionale in “Un Americano a Roma” e tra me bisbiglio“ maccarone, m’hai provocato e mo’ te distruggo!”. Uno di Padova ci osserva e poi guarda dai vetri della finestra, poi guarda di nuovo verso di noi, direi con invidia, non so se per l’appetito che dimostriamo nonostante sia evidente che gli spaghetti non sono al dente, o perché siamo tornati con il Cervino in tasca, mentre lui e i suoi amici dovrebbero salire domani, ma con questo tempo la cosa sembra alquanto improbabile. Con tono depresso dice:
-E’ la quinta volta che vengo fin qui per fare il Cervino ed ha sempre fatto brutto!-
-Noi invece- rispondo dopo aver ingollato l’ultimo boccone - siamo stati molto fortunati: ci è andata bene al primo tentativo. Forse lei è più fortunato in amore…-. Mi pento subito dopo di quel che ho detto, ma ormai l’ho detto.
Il padovano mi guarda torvo senza replicare e se ne va a dormire decisamente scazzato. Livio ed io invece brindiamo con un bicchiere di rosso imprecisato: non è Champagne e neppure Nebbiolo, ma a questa quota il vino migliora…e francamente non ce ne frega niente.
Steso nella branda della camerata penso:-Se mi viene un infarto adesso- almeno il Cervino l’ho salito , mi sarebbe spiaciuto di più se l’infarto mi fosse venuto ieri ... subito dopo devo essermi addormentato come un sasso.

Cervino, 19-21 luglio 1984
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Horace-Bénédict de Saussure, che fu tra i primi cartografi del Regno di Sardegna, trascrisse il termine “Cervin” derivandolo erroneamente dal francese “Servin” che era a sua volta la traduzione dell’aggettivo latino“silvanus” (da Mons silvanus= monte boscoso).

Nota storica.
Prima salita della Cresta del Leone: 16-18 luglio 1865: Jean-Antoine Carrel, Jean-Baptiste Bich, Jean-Augustin Meynet e l'abbé Gorret. Il 17 luglio Carrel e Bich riuscirono ad arrivare in vetta seguendo una significativa variante di quella che oggi è la via normale italiana.Tale variante consiste nel traversare la parete Ovest fino alla cresta di Zmutt per poi risalire su percorso meno ripido rispetto alle placche dove oggi si trova la Scala Jordan. Il traverso all’andata fu imboccato molto sotto al col Felicitè ,fino a trovare una cengia agevole battezzata da Carrel “Galleria”, cengia che venne integralmente seguita, con minori difficoltà al ritorno. La via normale attuale della Cresta del Leone nella parte alta fu aperta nel corso della 3° salita alla Cresta (e 4° assoluta al Cervino) da J.Joseph e Pierre Maquignaz 1l 13 agosto 1867.
Carrel e soci, dopo aver pernottato in quota la notte del 17 luglio, tornarono a Cervinia il 18, e qui vennero a conoscenza dell'incidente occorso ai rivali britannici che avevano raggiunto la cima per primi dalla cresta svizzera il 14 luglio.


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